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Lettera aperta alla comunità di Macomer
Lettera aperta alla comunità di Macomer
Centro Sportivo Sertinu: il paradosso di chi rimette in piedi un bene pubblico e rischia di pagarne il prezzo
Alla comunità di Macomer,
scrivo queste righe con rispetto e con un senso di responsabilità verso chi, in questi anni, ha vissuto il Centro Sportivo Sertinu: ragazzi, famiglie, atleti, associazioni, cittadini.
Quando la nostra Associazione ha preso in gestione l'impianto, la realtà era evidente: strutture incomplete, dotazioni assenti, spazi deteriorati, problemi che rendevano difficile – in certi casi impossibile – utilizzarlo in modo regolare e sicuro. Eppure abbiamo scelto di non voltarci dall'altra parte. Ci siamo presi un impegno grande: rimettere in piedi un bene pubblico e restituirlo alla comunità.
Per farlo non è bastato il volontariato. Sono serviti soldi veri.
Negli anni abbiamo investito circa 200.000 euro (forse anche di più) tra lavori, adeguamenti, manutenzioni, attrezzature e spese necessarie per trasformare un impianto fatiscente in un centro finalmente fruibile, dignitoso e vivo.
Il Comune risulta garante con fideiussione per 120.000 euro. Ma chi conosce come funzionano i finanziamenti sa che, con interessi e durata, alla fine la restituzione complessiva porta quella cifra a circa 162.000 euro.
E sapete qual è la cosa che fa più riflettere? Che noi, ad oggi, abbiamo già pagato circa 72.000 euro di rate. Quindi non stiamo parlando di promesse: stiamo parlando di soldi già usciti, mese dopo mese, mentre l'impianto veniva rimesso a nuovo.
E qui arriva il paradosso che fa male, perché è difficile anche da spiegare senza sembrare assurdo.
Il Sertinu, come ogni impianto dell'interno, vive di stagioni: d'estate funziona, d'inverno si fatica. Nei mesi freddi le presenze calano, gli incassi si riducono, ma i costi restano: utenze, riscaldamento, contributi, personale, rate. È il periodo più duro, quello "grigio", in un paese che già deve fare i conti con il depopolamento e con un'economia che non è certo in crescita.
Noi, in questi anni, abbiamo provato di tutto per non mollare: eventi, tornei, attività, iniziative sociali. Abbiamo tagliato spese, rinunciato a servizi, semplificato il bar, fatto scelte per tenere in piedi la struttura. Non per guadagnare: per non far morire un pezzo di comunità.
Già dopo il Covid, nel marzo 2021, avevamo chiesto una cosa semplice e logica: poter realizzare un campo da padel per creare un'attività capace di sostenere anche l'inverno. La risposta è arrivata dopo circa due anni, e con un ostacolo che, per chi vive la realtà, sembra surreale: "area di edilizia economica e popolare". E intanto la struttura resta appesa tra vincoli, interpretazioni e tempi burocratici che non seguono la vita reale.
E come se non bastasse, si è dovuto perfino rimettere mano a questioni catastali: oggi emerge che l'impianto non risulta nemmeno perfettamente accatastato. Sembra una barzelletta, ma non lo è: rischiamo di portare sulle spalle costi e responsabilità su un bene pubblico che, sul piano formale, non risulta nemmeno in ordine come dovrebbe.
Ma il punto più grave è questo: si rischia il "doppio danno".
Se l'Associazione, in uno di questi inverni, non riuscisse a pagare una rata, il rischio è che si arrivi a perdere la concessione. E fin qui già sarebbe durissimo: perché significa essere costretti ad andare via dopo aver rimesso a nuovo l'impianto.
Ma il paradosso peggiore è che potrebbe rimanere anche un conto da pagare: il residuo del finanziamento. Perché, quando entrano in gioco garanzie e burocrazia, alla fine qualcuno deve coprire il resto. E quel "qualcuno" rischia di diventare chi ha firmato, chi ci ha messo la faccia, chi si è preso la responsabilità di fare qualcosa per tutti.
In pratica: lasci un impianto sistemato alla comunità e ti ritrovi comunque con un peso economico addosso. È un meccanismo che scoraggia chiunque dal prendersi responsabilità: perché manda un messaggio terribile — "fai del bene, investi, lavora… e poi rischi di pagare tu".
Noi non chiediamo favori. Chiediamo una cosa normale: un confronto serio e una soluzione sostenibile, perché il Sertinu non è un affare privato. È un bene di tutti. E se oggi funziona, è perché qualcuno ha avuto il coraggio di rimboccarsi le maniche quando era più facile lasciarlo andare.
Siamo disponibili al dialogo e alla trasparenza, con numeri e documenti alla mano. Ma serve una scelta chiara: proteggere la continuità del servizio e il lavoro fatto, non trasformarlo in un cappio economico.
Con rispetto,


